LA STAMPA – Da bisturi dóro a re delle favelas “Sconfiggerò la lebbra, gratis”

«SCONFIGGERO’ LA LEBBRA, GRATIS» DI PAOLO MANZO –
Per me il Brasile è stato uno choc e ancora oggi, da italiano, mi sconvolge vedere tanta differenza sociale. È da qui che nasce il mio desiderio di trasformare profondamente le cose. Dal di dentro». Marco Collovati, 44 anni, di Roma, a Rio de Janeiro è sbarcato nel lontano 1999. Aveva 29 anni, con in tasca una laurea in medicina e chirurgia presa all’Università di Firenze e un sogno nel cuore: lavorare con il celebre chirurgo plastico Ivo Pitanguy.
«Era un’icona, un simbolo nel mondo intero» ricorda oggi Marco. Che grazie alla sua OrangeLife, una società di analisi diventata famosa nel mondo per lavorare soprattutto sulle malattie dimenticate, è finito addirittura sulle pagine del «New York Times». Nel 1999, però, non fu così semplice, anzi tutto sembrava in salita, nonostante il grande entusiasmo e le mille speranze. Appena arrivato Marco non parlava neanche una parola di portoghese e dovette subito fare i conti con un Brasile già inaspettatamente caro, a causa del cambiamento della valuta nazionale, da cruzeiro a real. E così, senza pensarci troppo, dovendo sopravvivere con l’equivalente di 200 euro al mese, si ritrova in favela, il Pavão-Pavãozinho. Quanto basta per mangiare e dormire in una stanza dignitosa. «Si sentivano colpi ovunque la notte e io ingenuamente credevo fossero fuochi d’artificio, erano invece sparatorie continue. Al Brasile dovevo ancora abituarmi». Ma il sogno non svanisce. Di giorno lavora come un matto per quello che di Pitanguy è uno dei simboli più importanti, la Santa Casa da Misericordia, una sorta di ospedale per poveri dove il celebre chirurgo plastico ha salvato gratis la vita a migliaia di poveri e dove ancora oggi promettenti futuri medici fanno la fila per prestare volontariato. «Io lavoravo in medicina generale, Pitanguy aveva lo studio proprio accanto al mio. Era una specie di Papa per tutti noi. Ho imparato molto».
Inebriato dal Brasile e dalle nuove possibilità che la chirurgia plastica stava aprendo, Marco Collovati propone una sua speciale interpretazione del settore. «Sono stato il primo nel paese del samba a puntare sui trattamenti estetici, come il botox, quando per i colleghi brasiliani sembrava un’offesa alla professione». E così, insieme al suo socio brasiliano, il chirurgo Rawlson de Thuin, eccolo avviato a una carriera fulminante grazie alla quale in pochi anni diventa il punto di riferimento per le signore ricche del Paese, desiderose del ritocchino in più. Ma a Marco non basta. «Nel cuore sentivo che quella non era la mia vita, volevo qualcosa di diverso per me perché l’esistenza corre veloce e in un attimo ti ritrovi a dover fare i conti con quello che hai fatto di veramente importante» racconta.
Complice un incarico governativo, quello di consulente internazionale dello sviluppo economico per lo stato di Rio, Marco comincia allora a vedere di nuovo da vicino, ogni giorno, l’altra faccia del Brasile, i milioni di poveri colpiti ogni anno da malattie che da noi in Europa sono solo un brutto ricordo. Lesmaniosi, dengue, malattia di Chagas. E lebbra, tantissima lebbra che qui perché spaventi meno chiamano con un altro nome, anseniasi. «Lo si racconta poco ma il Brasile è il secondo al mondo per numero di malati di lebbra dopo l’India e addirittura il primo per i nuovi casi». Nella sola Rio Marco ne ha contati a centinaia.
«Ho una figlia di tre anni e mezzo e volevo che mi ricordasse per qualcosa di buono, non per i soldi o le case che le avrei potuto comprare». Da qui l’idea, subito un successo, di creare 4 anni fa un laboratorio di analisi, OrangeLife, privato ma che reinveste nel sociale tutti i guadagni. «Vuol dire che se vendo un milione di test di gravidanza ai privati tutto quel danaro lo reinvesto in ricerca e test che possono salvare la vita a milioni di persone». Oggi l’azienda di Collovati, dove lavorano 35 persone, fattura 4 milioni di euro l’anno, vende in tutto il mondo e dallo scorso aprile fino al prossimo luglio metterà a disposizione delle classi più socialmente disagiate un milione di test per la dengue.
«Con il mio lavoro ho imparato che stando in mezzo a chi soffre si diventa più umani e che dove la miseria è maggiore cresce la ricchezza interiore delle persone che s’incontrano». È per questo che a chi gli chiede come vede la sua azienda tra 5 anni risponde con entusiasmo: «fallita. Perché vorrebbe dire che ho avuto davvero successo, riuscendo a sradicare queste malattie “dimenticate”, ma che qui fanno ancora strage della popolazione».

 

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